Ex gil Forli

Casa stadio Balilla

Il restauro filologico di un edificio pubblico del Ventennio pone degli interrogativi etici. Alcuni linguaggi non sono leggibili da tutti, ma altri segni, inevitabilmente sì.

RIVISTA SEIGRADI N.6/2014



L’ossessione per il corpo e la forma fisica contraddistingue l’epoca contemporanea.
L’essere “perfetti”, belle gambe, pancia piatta e un fondoschiena invidiabile, è il desiderio che nasce in ognuno agli albori della pubertà e che ci si porta avanti negli anni.
Anche se instillato dalla società, si tratta pur sempre di un “affare privato” condotto in via del tutto personale, seguendo “diete fai da te” o praticando l’attività sportiva che più si confà al proprio carattere, dalla classica corsetta, al racchettoni in spiaggia, passando per lo zumba per arrivare ormai stremati alle meditative discipline orientali.

"Mens sana in corpore sano" non è cosa di oggi.

Agli inizi del secolo scorso, ad esempio, la buona forma fisica è un obiettivo assolutamente lodevole, ma non costituisce un interesse personale, bensì un "affare pubblico".
Di più: politicamente corretto.
L’aspetto esteriore, quello che la gioventù italiana può mostrare senza bisogno di interpreti, in maniera immediata, al resto dell’Europa e del mondo, non è altro che lo specchio della classe politica dirigente, il regime fascista. Per lo meno di come vuole apparire: sano, resistente, invincibile.
Il culto del corpo non è espressione di un desiderio di salute, benessere o vanità individuale, ma del vigore dell’Italia e dell’accudimento che lo Stato riserva ai propri figli.
Come tale non può essere lasciato alla cura personale, ma va guidato e standardizzato; anche un luogo apparentemente di svago come la palestra diventa uno degli edifici pubblici su cui il potere esercita il proprio controllo.

La fascistizzazione della cultura trova nei giovani gli interlocutori prediletti perché facili ad essere plasmati nella mente e nel corpo, forgiati attraverso la disciplina sportiva, a forte impronta paramilitare, per divenire "uomini nuovi", forti, combattenti.
Ecco istituita dunque l’Opera Nazionale Balilla (1926), che si occupa soprattutto dell’insegnamento dell’educazione fisica con l’obiettivo di trasformarla in fenomeno di massa direttamente controllato dal Partito, confluita poi (1937) nella GIL (Gioventù Italiana del Littorio) che ingloba tutte le organizzazioni giovanili fasciste e che conta negli anni ’30 circa 8.187.000 iscritti.
La GIL commissiona ad architetti, ingegneri, imprese edili la costruzione di strutture aggregative specifiche, Case del Balilla, colonie, campi sportivi, palestre, offrendo così temi sperimentali per l’architettura italiana moderna e nuove opportunità di lavoro.

Le architetture soggiacciono allo stesso metodo di disciplina ed esercizio dello sport. Anche esse sono immagine e, in quanto traduzione visiva di determinati ideali e messaggi, vanno codificate, rese leggibili, riconoscibili, "parlanti".

Come nel Medioevo le pitture, le sculture erano il mezzo di divulgazione della cultura e della fede, così nel Ventennio, le architetture sono un codex per trasmettere solidità, forza, grandezza e luce.
Dux, mea lux.
Come in ogni codice che si rispetti, ci si trova di fronte a veri e propri "modelli" con elementi standardizzati e ripetuti.
Vengono messi a punto schemi distributivi e progetti tipo; sta poi al bravo architetto la maestria nel combinarli in un insieme armonioso e personale. Si tratta di un vero e proprio linguaggio che permette tutt’ora di identificare l’ambito temporale e culturale dell’edificio.
L’architettura di regime oscilla dunque fra il canone e la creatività, lo standard e la personalità, e produce, accanto ad alcuni indiscussi capolavori, una "qualità diffusa", frutto di una serialità progettuale di livello.

Succede anche a Forlì, provincia natale del Duce e luogo sperimentale per la politica urbana fascista, che, come ogni centro di media grandezza, viene dotata di una casa della GIL, di interessante collocazione.
Essa si affaccia su uno dei principali nuovi assi urbani, Viale della Libertà, che collega Piazzale della Vittoria, la simbolica piazza dell’espansione fascista (baricentrica tra il vecchio centro storico e l’espansione residenziale) con la nuova stazione ("spostata" nell’attuale posizione nel 1927), in mezzo ai principali servizi della città. In particolare fa parte di un complesso che comprende il Collegio Aeronautico (ora sede del Liceo Classico e di una scuola media). E’ chiaro perciò il legame tra educazione mentale e morale e l’allenamento rigido del corpo attraverso esercizi ripetuti, schematici e ordinati.

Nella GIL di primo acchito si notano un "blocco" ad U con copertura piana, costituito da due ali gemelle che racchiudono una corte aperta sul campo sportivo, unito ad un secondo formato da un’alta, squadrata e pulita torre e dalla sottostante esedra che, con la sua rotondità, chiude la composizione. Il primo blocco è quello propriamente sportivo, ospitava infatti una palestra ed una piscina, il secondo è quello "culturale", sede di un cinema e di un sacrario memoriale.

Nel progettare l’edificio, tra il 1934 e il 1937, Cesare Valle ha la possibilità di sperimentare una nuova estetica scevra di leziosità, pulita e ariosa ed anche nuove soluzioni tecnologiche, in un insieme che risulta elegante nell’aspetto esterno e di impatto visivo all’interno.

Sul Viale della Libertà il nucleo delle palestre si mostra poco appariscente, con l’unica particolarità di una bassa finestra a nastro nella fascia mediana, ma all’interno e nel prospetto che si affaccia sul campo sportivo si apre totalmente, rivelando grandissime vetrate a vasistas che spalancano completamente la vista e creano una continuità tra esterno e interno veramente affascinante.
Simmetrica all’ala della palestra è la piscina che poteva addirittura aprirsi, diventando quasi una vasca all’aperto.

L’anima rivoluzionaria del fascismo si esprime attraverso il lessico razionalista dell’architettura che qui si serve del telaio in cemento armato, tecnica innovativa in quegli anni, specie in una città di provincia come Forlì, che permette di realizzare ambienti di notevole altezza e luce e di caratterizzare in senso moderno il sistema delle aperture.

Accompagnata dal tipico disinteresse verso le architetture di regime, la ormai ex Gil degrada; solo alla fine degli anni novanta riaffiora la volontà di un recupero di tipo strettamente conservativo.
Il progetto di restauro viene portato avanti a partire dal 2006 dallo Studio Valle, in particolare dal nipote del progettista, Cesare, in evidente continuità con l’edificio originario.
Anche dal punto di vista programmatico, la scelta è stata in nome della iniziale unità funzionale, pragmaticamente misurata sul bisogno della città, ora sede di un importante polo universitario: museo della ginnastica, attività sportive e culturali, uso scolastico delle palestre, biblioteca sportiva.

La volontà conservativa si è tesa sino al limite nella Torre su Viale della Libertà, che reca ancora l’impronta, perfettamente leggibile, del giuramento della Gioventù Italiana del Littorio: "Nel nome di Dio e dell'Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e se è necessario col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista".
Delle parole di fedeltà pronunciate da centinaia e centinaia di Balilla viene conservata la traccia, quella lasciata dall’intonaco delle lettere in travertino spicconate (e, quelle no, non ricollocate).
E’ stato lasciato quel che è rimasto come elemento rivelatore di un fenomeno che lo storico tenta di ricostruire anche attraverso i dettagli, come "il cacciatore accovacciato nel fango che scruta le tracce della preda".
Ogni restauro ha a che fare con la memoria.
Dobbiamo scegliere cosa tenere, cosa gettare.
Cosa ricordare e cosa dimenticare.
Cosa lasciare sotto gli occhi della signora che va a fare la spesa e del bambino che va a scuola.
Decidere di sistemare le Cave Ardeatine ed erigere un memoriale viene più facile che restaurare un bunker nazista.
E’ più naturale avere cura della memoria delle vittime rispetto a quella dei "perpetratori".

Se è cosa accettata dai più il fatto di preservare edifici, monumenti e luoghi che rappresentano un pezzo di storia, non solo in quanto vi si riconosce una qualità, ma in quanto memoria del passato, tenere la parola indelebile su quel muro ha posto diversi interrogativi.

Il dibattito sulla necessità o meno di conservarla fa comprendere quanto il messaggio completamente esplicitato, come su di una stele, abbia un impatto ancora troppo immediato, nel senso di non-mediato da un mezzo che in qualche modo lo purifica.
La parola ha una forza diversa rispetto al mattone.
E’ diretta. Chiara. Pericolosa. Dice quel che dice. Non c’è qualità estetica nello slogan Balilla. E’ pura storia.
La nostra.
La giusta distanza fa sentire quel giuramento come il tonfo della storia che fu.
Un eco.
Il vibrare dell’aria in un recipiente vuoto.
Un sottile ronzio che aiuta a non dimenticare.


​fotografie Daniele Zarri

 



Per saperne di più leggi "Ideologia ed autenticità", l'intervista a Cesare Valle Jr, l'architetto che ha curato il restauro della Casa Stadio Balilla.