Case popolari Gresleri Forli

Case popolari di via Maceri

La casa popolare, il bene pubblico, pur con tutta la qualità messa in campo, non riesce a farsi amare come l'esclusivo bene privato.

RIVISTA SEIGRADI N.5/2013



C’è un primato tutto italiano che ci vede davanti ad Inghilterra, Spagna, Francia e Germania. L’81% di noi vive in case di proprietà, mentre solo il 61% dei francesi e il 46% dei tedeschi ha investito buona parte dei propri risparmi nell’acquisto dell’abitazione.
Ma se la famiglia italiana vanta il patrimonio immobiliare più grande, il reddito medio, 34.344€, resta notevolmente al di sotto dei 45.531€ della famiglia tedesca (media OCSE 2011). Così al grido de “il mattone ha sempre ragione”, “un mattone è per sempre”, ci siamo ritrovati più poveri e con quasi tutto il territorio occupato da manufatti di scarsa qualità.

Le ragioni di questa deriva non si possono riassumere ironicamente affermando che gli italiani non sanno fare i conti, ma affondano le radici in un preciso substrato culturale, quello della smania di possesso che ci lega alle cose solo se le possediamo, solo se possiamo godere appieno delle possibilità sottese al diritto di proprietà. Quello strano diritto che ci fa sentir padroni in casa nostra, che ce la fa trasformare a nostro piacimento e che di punto in bianco ce la fa restaurare, imbiancare, proteggere, amare.
Se abitaste in una casa popolare investireste tempo e denaro per renderla migliore?
Immagino che la maggior parte di voi risponderebbe “Certo che no, quella casa non è mia!”. Come darvi torto se si pensa alla contorta legislazione che riduce alla sola manutenzione ordinaria le possibilità di intervento degli inquilini di una casa popolare, eppure in quelle case ci vivete e ci vivrete per molti anni, probabilmente per tutta la vita.
Allora perché non trattarle come fossero vostre?

Quando si passa per la prima volta in via Maceri quasi non ci si accorge della loro presenza. Il complesso delle case popolari dell’Arch. Glauco Gresleri sa ben mimetizzarsi con il contesto: i colori caldi, l’altezza modesta che non svetta rispetto all’intorno e che non le fa sembrare fuori posto nemmeno da una prospettiva a volo d’uccello, i prospetti ritmati che non rischiano di schiacciare quelli delle quinte esistenti, come fanno invece gli edifici vicini con la loro incombenza massiccia e monotona. Ripassandoci, però, l’occhio viene inevitabilmente colpito dalla armoniosa e complessa composizione dei volumi, dai fronti via via più aggettanti man mano che si sale di piano, dalle aperture che ritagliano i muri di cinta e fanno intravedere spazi verdi e patii privati.

Questo organismo, moderno nella pulizia degli elementi architettonici, risulta parte della città storica in cui si inserisce, riprendendone le stesse logiche degli spazi a misura d’uomo e quasi imitandone la costruzione “per porzioni”, tramite volumi in aggetto che appaiono come superfetazioni sorte nel tempo.

La sua forza sta nel capire l’essenza delle logiche che regolano gli isolati adiacenti, e nel riproporre, in modo contemporaneo, solo quegli elementi che sono sostanziali per la struttura della città, come la scala e la tessitura, non nella mera imitazione di forme obsolete o di elementi decorativi che diventano ridicoli se proposti fuori tempo.
Non si può certo rimanere indifferenti alla dose di “mestiere” che è stata impiegata nel progetto delle residenze. Il mestiere dell’architetto, l’esperienza nel plasmare i volumi e nel moltiplicare il poco spazio a disposizione per ciascun alloggio.

Si tratta di 53 appartamenti medio-piccoli che sono disposti in quattro stecche (chiamate “quadre”), accoppiate due a due da un giardino verde in mezzo, a formare quasi due grandi edifici a corte “sfondati”. A dividerli, una strada pedonale dall’aspetto plastico che ricava anche lo spazio per qualche aiuola.
Le quattro singole unità arrivano ad affacciarsi su tutte e due le strade parallele. Questo fatto le porta a non avere un retro, ma due fronti, e ciò permette di provare la positiva sensazione di “possedere” l’isolato in tutta la sua dimensione di spessore. I due fronti presentano situazioni compositive non insensibili al rapporto con gli edifici circostanti, per esempio con Palazzo Paulucci, mentre nel passaggio pedonale la simmetria è totale, per esprimere la sensazione di essere in mezzo ad un insieme unitario, per dare un senso di perfezione, quasi che una facciata si specchi sull’altra.

La distribuzione planimetrica è apparentemente molto semplice, ma ciò che viene nascosto dai fronti unitari e complanari dei prospetti esterni che affacciano sulle pubbliche vie viene rivelato negli spazi interstiziali. I fronti interni, infatti, sono frastagliati in pianta e anche in alzato, in quanto degradano verso la corte e dotano gli appartamenti di patii pavimentati utilizzabili. Anche quelli a piano terra sono leggermente rialzati rispetto al piano stradale e si raggiungono tramite scalette esterne. Tutti gli alloggi quindi hanno terrazze e balconi di dimensioni apprezzabili, in modo da assicurare un confort abitativo maggiore e stimolare attività piacevoli e rilassanti come il gioco dei bambini, il pranzo all’aperto, lo spazio per la conversazione.

La corte, spesso ristretta nell’isolato storico a blocco, viene invece estesa ad una scala più grande: non è più in relazione alla singola famiglia, ma all’intero nucleo residenziale a cui vengono così assicurati aria e luce.
Si ha l’impressione di poter ricavare una certa autonomia nella fruibilità degli spazi, unita ad un modo di vivere comunitario e sociale ben dichiarato: i patii si guardano e ruotano attorno al fulcro dello spazio verde comune e protetto. Persino i tetti si rivolgono all’interno, in una serie di monofalde che si specchiano le une sulle altre e hanno il loro compluvium nella corte. Proprio questo equilibrio ne fa una buona via di mezzo rispetto agli esperimenti “estremi” di edilizia sociale di grande scala (complessi come lo Zen di Palermo, in cui la propria casa non è altro che una cellula uguale alle altre, parte di un tutto che ha senso solo nella sua totalità) e la villetta a schiera con giardino.

Sembra che la perizia dell’architetto abbia avuto modo di mostrarsi e affinarsi proprio grazie al regime di contenimento dei costi sicuramente imposto, in progetti come questi, dall’amministrazione.

Non potendo utilizzare materiali pregiati o high tech, non avendo l’opportunità di realizzare appartamenti dalle ampie metrature o dai grandi giardini, si è ottenuto il massimo lavorando sull’unica cosa “gratis”: la composizione architettonica.

Essa realizza un insieme articolato fortemente caratterizzato, con un’unità di stile che lo rende un oggetto riconoscibile, individuabile, memorizzabile, che nello stesso tempo dà valore e contribuisce a comporre l’immagine di una città. E’ una sorta di manuale delle giovani marmotte per i giovani architetti del presente che agiscono in un periodo di crisi economica e che si trovano a dover affrontare le stesse esigenze di “risparmio”. Il progetto può benissimo essere un esempio di come ci si debba concentrare sull’essenzialità e di come si possa comunque non scadere nella banalità di forme trite e vuote.

Certo, anche all’amministrazione dell’epoca va riconosciuta una parte del merito, in quanto vi è stata una collaborazione con lo staff tecnico del settore territorio del Comune per la creazione di un progetto di riqualificazione urbana di un quartiere degradato con i presupposti giusti per il “vivere bene”. Presupposti non sempre tenuti in considerazione negli anni precedenti, quando spesso, per la redazione dei piani INA casa, gli ampliamenti della nuova città venivano realizzati indiscriminatamente, con orientamento quasi sempre casuale e con un utilizzo assolutamente semplicistico del movimento moderno, ottenendo come risultato impianti piuttosto rigidi e monotoni.
E ciò ha portato a identificare la causa del degrado di questi quartieri proprio nella tipologia edilizia. Ma in fondo sappiamo che questa è, nella maggioranza dei casi, una scusa, un cercare altrove una causa.

Nelle crepe che corrono sulle facciate delle case popolari c’è la crisi del concetto di abitare, la fine di un’ idea, la stessa che sessant’anni fa, in piena ricostruzione post bellica, ci ha insegnato che la casa è un bene collettivo, un affare pubblico, non un misero interesse privato.

Le case di Via Maceri, così attente al contesto e ai bisogni degli abitanti, sono oggi dimenticate nel disinteresse totale dei cittadini che si lamentano della scarsa sicurezza della zona, ma non certo del fatto che un edificio di qualità e con un così grande potenziale si stia lentamente deteriorando.


​fotografie Davide Baldrati
fotografie storiche archivio Glauco Gresleri

 

 

 

Per saperne di più leggi "Composizione e complessità", l'intervista a Glauco Gresleri, l'architetto che ha progettato le Case popolari di via Maceri.