Parcheggio Sacripanti Forli

Piazza parcheggio Guido da Montefeltro
Quando parcheggiare é uno spettacolo

Un’opera fatta per la città, che la città stessa rifiuta e vorrebbe cancellare. L’etica dell’ascolto della vox populi contro l’etica della difesa della qualità.

RIVISTA SEIGRADI N.4/2013



Ogni giorno dico “mi piace” talmente tante volte e con una spontaneità tale che il significato di questa preziosa parola risulta quasi annullato, perché quando dico che una cosa mi piace è un po’ come se la salvassi, distinguendola dalla mediocrità delle cose che la circondano.
Il parcheggio in cemento armato sotto i Musei San Domenico di Forlì mi piace, è stata una folgorazione, per questo devo difenderlo. Raccontarlo.

E’ il 1974. L’amministrazione comunale di Forlì indice un concorso per la riqualificazione dell’area di San Domenico che si trova a margine del centro storico ed in prossimità della zona di espansione residenziale della città. Un’area degradata, occupata in precedenza da una fabbrica di feltri, ma strategica per l’assetto complessivo del tessuto urbano. L’idea è quella di realizzare un teatro, restaurare Chiesa e Convento di San Domenico per farne due spazi ad uso culturale, destinare la piazza adiacente al complesso a parcheggio pubblico.

Quel che l'amministrazione vuole, è realizzare un nuovo polo culturale, a ridosso del centro storico, una sorta di nuovo ingresso alla città.

E’ il 1976. Vince il concorso Maurizio Sacripanti, visionario architetto romano di formazione razionalista, che viene così incaricato della progettazione del nuovo teatro comunale di Forlì all’interno dell’antico convento – mai realizzato- e della piazza parcheggio denominata “Guido da Montefeltro”, completata nel 1980. La piazza è una piastra a varie quote che, al di là dell’aspetto brutalista conferitole dal cemento, intesse un sottile e raffinato dialogo con l’intorno.

Nel punto più alto, quello della Chiesa e del Convento, è lastricata in cotto ed è copertura del parcheggio seminterrato sottostante, modulato in posti auto a spina di pesce disegnati plasticamente da setti trasversali; dalla piazza superiore, mediante una serie di scale e piccole terrazze, si scende gradualmente al livello della città storica, nel parcheggio all’aperto inframmezzato- cosa alquanto curiosa- da muri in cemento che si plasmano in sedute e aiuole. Da qui partono i collegamenti pedonali per accedere al seminterrato, illuminato e arieggiato naturalmente da una serie di piccole aperture quadrate in copertura e da geometriche curve che ne tagliano ritmicamente, alleggerendola, la parete.

La forma a “barcaccia”, ovvero piegata ai lembi, della piazza superiore serve a Sacripanti per creare quella particolare comunicazione visiva fra l’ opera e la città. Dalla piazza antistante il complesso non si vede il parcheggio sottostante, ma l’insieme delle case storiche; sembra che la città si appoggi sulla linea concava tracciata idealmente dal profilo della piastra e sottolineata dai dentelli in cemento.

Dal parcheggio inferiore l’immagine si ribalta, è la concavità ad accogliere ed avvolgere la chiesa ed il convento, quasi metafisici nella loro solitaria imponenza.
La tensione che l’architetto conferisce allo spazio finisce così per integrare il nuovo all’esistente.
La brutalità del cemento faccia vista e il forte risalto plastico dato alla massa muraria, come tipico della cultura architettonica romana che predilige la pesantezza, la definizione ferma dello spazio, rendono l’opera a suo modo spregiudicata, ardita.

La straordinaria carica sperimentale che caratterizza tutta l’opera di Sacripanti, viene trasfusa anche nella realizzazione di quello che avrebbe potuto essere un semplice parcheggio e che invece diventa un inedito spazio a valenza insieme architettonica ed urbanistica, capace di raccordare le diverse quote del terreno e trasformare un luogo informe in uno a forte carattere urbano.

Qui l’architetto, che sognava di fare il pittore e che aveva fatto del suo studio in Piazza del Popolo il punto di riferimento per tanti intellettuali e artisti della Scuola Romana di cui era assiduo frequentatore e con i quali, durante le interminabili chiacchierate e passeggiate notturne, aveva contribuito a vivacizzare la già straordinaria atmosfera culturale della Roma anni ’60, misura la propria capacità di tradurre istinto creativo in concreto atto di progetto.
Forlì è il terreno adatto per far “scontrare” il vitalismo di Sacripanti che pone sempre al centro della sua poetica, forse influenzato dall’arte cinetica, avanguardia da lui molto amata, il movimento, con la tendenza della cultura italiana a considerare come mitico, quindi come immobile, l’antico.

Devo difenderlo dai forlivesi che già mentre lo costruivano volevano abbatterlo, difenderlo da chi ha il potere di salvarlo e immagina un futuro sgombro dalla sua “scomoda” presenza.
Ma il mio sguardo è uno sguardo viziato- sono architetto- e si allontana dal sentire comune.
Mi chiedo spesso perché ciò che piace agli architetti non piaccia a chi l’architettura la vive.
L’appello per la salvaguardia della Piazza-Parcheggio Guido da Montefeltro voluto dall’Ordine degli Architetti di Roma ne è l’emblema: sottoscritto da centinaia di professionisti, tra cui nomi altisonanti come Franco Purini, firmato da pochi cittadini.
Eppure la voce della città va ascoltata anche quando grida vendetta al ritmo martellante dei picconi.

L’unico modo che un architetto possiede per capire se la propria opera sia apprezzata non è affidarsi al buon giudizio del critico di turno, ma sapere se la gente la usa e vi si riconosce.
Il parcheggio a raso di fronte alla “Barcaccia”, così viene chiamato il progetto di Sacripanti, brulica di auto che si muovono attente a non sfregare le carrozzerie contro gli speroni in cemento armato.
Sotto la “Barcaccia” è buia, vuota, ci saranno più o meno dieci macchine; la parte che mi piace di più, guarda caso, è quella che non funziona, il gesto dell’architetto, la linea che spicca su tutto, che attrae per la sua innata particolarità.
I segni che non si possono scalfire, quelli che inizialmente consacrano il successo dell’architettura, a lungo andare stancano, perdono la loro carica evocativa, si sedimentano, diventano comuni, sfumano.

Perché la ricerca formale, gli esercizi di stile, sono questioni confinate tra le pieghe della materia, piacciono tanto agli architetti ed interessano i cittadini solo quando l’architettura diventa icona.

E un’ icona si venera, si rispetta.
Ma ahimè le icone si contano sulle dita di una mano, tutto il resto viene consegnato alla città che l’ usa, l’abbandona, lo trasforma, lo rielabora in modo confuso, approssimativo, inconscio.
Vedo l’essenza dell’architettura nella sua capacità quasi “biologica” di autorigenerarsi, di sacrificare la propria autonomia formale pur di intercettare lo spirito della gente.
Purtroppo il destino della Piazza-Parcheggio pare essere un altro: la demolizione, una pratica tanto in voga quanto rischiosa.
Oggi il business non è costruire, ma distruggere.
Le più grandi imprese nel campo edilizio sono quelle specializzate in esplosioni, implosioni e la filosofia è chiara: di fronte alla sempre più veloce obsolescenza del patrimonio edilizio la cosa più conveniente è fare piazza pulita.
“Nel momento in cui il terreno diventa così appetibile da rendere irrilevante il valore della costruzione la soluzione migliore è demolirla”1.
Questa pratica “contemporanea” ricorda tanto i Potlatch Indiani, con un' unica differenza: questi distruggevano i loro beni più preziosi per evitare che l’accumulazione generasse disparità e tensione sociale. Elevare il valore dei beni rimasti a disposizione significava ridistribuire la ricchezza.

Noi distruggiamo edifici pubblici presi dalla smania di ricostruire per soddisfare gli interessi speculativi di pochi. Se demolire la mediocrità dilagante è necessario ed urgente, cancellare la Storia dell’Architettura è inaccettabile.

Il Parcheggio di Sacripanti non vi piace?
Ripensiamolo.
Il Parcheggio di Sacripanti è troppo buio?
Buchiamolo.
Pensate sia inutile metterci le macchine?
Usiamolo in un altro modo .
Credete sia troppo grigio?
Coloriamolo.
C’è troppo cemento?
Mettiamoci dentro gli alberi.
Gli spigoli graffiano?
Smussiamoli.
Non porsi queste domande, non cercare una risposta, significa non voler affrontare il problema, significa scegliere di percorrere la strada più facile, quella cha cancella la storia, disonora l’impegno avanguardistico di Sacripanti, espressione del fervore creativo degli anni 80’, significa sperperare denaro pubblico già dolorosamente investito.
Non porsi queste domande significa assumersi la responsabilità di affondare la “Barcaccia”.
Perderla per sempre sarebbe un vero peccato.
Quel parcheggio è uno “spettacolo”2.

1. Franco La Cecla, Contro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino, 2008.
2. Bruno Zevi, Quando parcheggiare diventa uno spettacolo, L’Espresso, 10 settembre 1989.


fotografie Davide Baldrati

 

 

 

Per saperne di più leggi "Difendere Sacripanti", l'intervista ad Alfonso Giancotti, collaboratore di Sacripanti, presidente della casa dell'architettura di Roma.