Woodpecker Cervia

Woodpecker

Una cupola traslucida e tras-ludica in mezzo all’acqua, una discoteca poetica della riviera romagnola.

RIVISTA SEIGRADI N.3/2012



Il cerchio torna e ritorna in questa storia, con un’assidua presenza e una mutevolezza d’aspetti che ne fanno, oltre che il fil rouge, quasi il protagonista.
All’inizio il cerchio è una ruota a raggi, quella della bicicletta che conduce, lungo il canale e la pineta, al Woodpecker, discoteca abbandonata di Milano Marittima.
Per raggiungerla ci si deve allontanare dai soliti percorsi, ricercando il divertimento nel termine etimologicamente più corretto: divergere, deviare da un tracciato abituale. Curioso come il significato più comune di divertimento, lo svago, sia proprio ciò che prometteva il  Woodpecker, che non è sempre stato dove si trova ora, fra il non costruito, unico fuoco in un territorio indeciso.
Il Night è infatti vicino alla spiaggia, lo spazio dell’intrattenimento diurno e familiare, candido contrappunto allo svago rumoroso della notte, fino a quando, nel 1966, il proprietario lo colloca lontano dal centro abitato.
Lì assume l’aspetto che ora conosciamo.

Minimalismo
Il cerchio è la forma del ritrovo, della riunione, delle tables rondes, dei girotondi, del gioco, proprio come quello che fa Filippo Monti, il progettista: “Partii come per gioco e dissi: facciamo un cerchio, facciamo affiorare l’acqua e ci mettiamo i coccodrilli”.
Questa fantasia si traduce in una composizione generale affascinante, astratta nella forma e nel modo col quale è concepita, in un minimalismo che usa solo gli elementi naturali di terra, acqua e cielo. Il fulcro compositivo è l’acqua, disciplinata da un argine e percorribile grazie alla costruzione di piattaforme.

Dal gioco all’idea, dall’idea al progetto: un anello con all’interno una piattaforma ritagliata dalle forme circolari di laghetti comunicanti al di sotto di essa che assume in questo modo l’aspetto di una stella. Sopra, l’ultimo grande cerchio: una cupola in vetroresina. Cerchi su cerchi, in negativo e in positivo, bianchi e neri come le fantasie optical dei coevi anni sessanta.

La costruzione rappresenta una sfida, un’impresa spericolata; persino lo studio per l’illuminazione notturna, anche se risolto infine in modo abbastanza banale -con pali di ferro e riflettori- è oggetto di ardite fantasie mentali, come quella di creare un anello di luce fatto di tanti fuochi accesi lungo il perimetro dell’argine, o addirittura di utilizzare luce riflessa dalle nubi.
Acqua, fuoco, aria. Ancora una volta l’architetto sceglie di confrontarsi con gli elementi primari della terra, intessendo un rapporto vero e autentico con la natura.

Colore
La piattaforma che permette di muoversi tra le canne di cui oggi gli stagni sono ricoperti è in marmo giallo di Siena, come una spiaggia, una duna ora un po’ scolorita.
Nella soluzione iniziale è interamente in vetro, per assottigliare ancora di più la distanza tra l’uomo e l’acqua, ma l’idea viene abbandonata perché irrealizzabile con le tecnologie del tempo.
Ciò che sembra un limite si rivela poi funzionale alla poetica di Monti che, con un passato da pittore, è da sempre attento al colore: “Io ho notato che i materiali naturali hanno una forza che altre materie non hanno. Riescono ad influenzare, addirittura, il paesaggio proprio perché non sono di quel colore ma sono proprio, essi stessi, quel colore. Il giallo di Siena, quando c’è la nebbia, viene fuori come una fiammata di luce, cosa, questa, che qualsiasi altro materiale non riesce a fare”.
Il colore non è colorato.
Mentre il colorato è un artificio, un’applicazione sul materiale, qualcosa di altro rispetto ad esso, il colore è intrinseco alla materia, mutevole, cambia con il tempo atmosferico, le stagioni, i momenti della giornata. Colore e materiale sono indistinguibili, inseparabili, sono elementi naturali e come tali sono legati alla coscienza dello scorrere del tempo, alla provvisorietà e transitorietà dell’architettura.
Il colore fa parte del ciclo di vita del materiale al quale appartiene, si modifica, degrada insieme ad esso. Qui risiede la sua forza, la sua verità, perché le qualità poetiche di certi materiali sono determinate soprattutto dal loro essere dinamici e mutevoli, oltreché dalla consistenza formale e di significato che assumono.

Sintesi
Posto vicino alla cupola, nascosto e introverso, è un corpo in cemento armato che ospitava il bar, la cantina, i bagni; le funzioni pratiche, corporali, sono quelle a cui viene dato meno rilievo in un progetto che ha per fuoco la spiritualità del rapporto con la natura, l’empatia con la terra.

In questo paesaggio silenzioso, dove tutto il resto sembra essere lontanissimo, l’elemento che comunica e amplifica la sensazione di estraneità è la cupola, magnetica e totalizzante, sotto cui si stende la pista da ballo e si colloca la postazione per il dj.

Il Woodpecker è un tetto, un riparo, la forma primordiale di costruzione.
E’ un guscio in vetroresina nervata diviso, come un ombrello, in spicchi, ognuno a doppia curvatura, tramite tubi di ferro, moderni costoloni rivestiti da una copertina in alluminio. Per gli anni sessanta si tratta di una struttura sperimentale, tant’ è vero che la fabbrica, montata in soli due giorni, viene affidata ad un cantiere navale.

La cupola è un luogo a metà tra l’aperto e il chiuso. C’è un rapporto di totale continuità con l’esterno, l’aria circola liberamente come le persone nelle notti estive attraversavano gli archi privi di infissi, vetri o diaframmi, aperti sull’intero perimetro. Ma è anche uno spazio chiuso e protetto in quanto, all’infuori di queste aperture basse poste alla base, quasi invisibili da lontano, la superficie è continua, priva di bucature, secondo la costante tensione dell’architetto all’ideazione di involucri muti, senza buchi o finestre, generati da un materiale continuo. La cosa straordinaria è che non si avverte la mancanza delle finestre grazie al materiale traslucido con cui è costruita la cupola, il vetroresina; proprio la sua densità genera una luminosità diffusa all’interno che rende lo spazio particolare e godibile in ogni momento del giorno.  
Non è un caso che la membrana nasconda il cielo; quello reale lo possiamo osservare solo fuori. Dentro, la cupola è la volta celeste, non nasconde il cielo, lo ri-simboleggia.

Tempo
Il tempo si posa sulle cose, le accarezza, le avvolge, le divora.
Il legno marcisce, il ferro arrugginisce, la pietra si scalfisce, il rame s’inverdisce, dal cemento affiorano ciuffi d’erica e trifoglio.
La pelle s’increspa, la vista s’appanna, la schiena curva, la voce sussurra, i pensieri evaporano.
I corpi si avviluppano, i corpi si raffreddano.
Le idee nascono, si perdono.
Il ferro è ossidato, il vetroresina scrostato. Solo gracidare di rane.
Il tempo disfa, consuma. Il tempo addomestica.
La mutevolezza è espressione di qualcosa che vive.
Dare vita ad un’architettura significa immetterla nel corso del tempo. Collocarla in un luogo che finirà per assorbirla. Pioggia, neve, gelo, sole, vento, sono solo alcune delle mani che carezzandola la sgretoleranno.
Il gesto dell’architetto può comprendere la caducità, la deperibilità del materiale, sovvertendo il senso comune della durabilità.

Il cemento di Carlo Scarpa che si sgretola e mostra la sua grana, che si sporca e diventa terreno per frammenti di verde spontaneo, il ferro “così invecchiato” che tanto piace a Monti, descrivono un linguaggio architettonico che diviene ardito nella misura in cui tenta di congiungersi con ogni fenomeno vitale ed organico. “La casa deve essere fragile, risentire della caducità insomma, deve anche scomparire”.


Mimesi
Nonostante per le sue forme pure e geometriche si distingua dal contesto, il Woodpecker è un’architettura mimetica.
Quasi un’opera di Richard Serra che negli stessi anni inizia a sperimentare le sue bobine minimaliste, grandi sculture in fogli di metallo, disegnate apposta per incurvarsi nel tempo, che hanno raggiunto l’aspetto attuale passando attraverso un voluto processo di ossidazione fino ad assumere una patina, un colore permanente e a diventare esse stesse ambiente percorribile.
La cupola, nel suo stato di abbandono, attrae.
Avvolta dal silenzio, sembra inghiottita dalla vegetazione, assorbita dal luogo. Il giallo del pavimento è il giallo della vegetazione secca, la ruggine il colore dell’acqua scura e stagnante, la cupola opale degradandosi si confonde con le chiome degli alberi di cui ha assimilato il verde. Quasi come se i materiali, lasciati liberi di trasformarsi col tempo, abbiano finito col congiungersi alla natura ed ai colori del luogo.

Ritorno al futuro
Ora ciò che della cupola rimane visibile dalla sommità dell’argine, il semicerchio tra la vegetazione, appare quasi come una navicella ufo che si è posata in un luogo adatto all’atterraggio e che lì è rimasta per registrare informazioni utili allo studio dell’essere umano. Al di sotto del guscio, come alieni schierati, i graffiti inquietanti di Blu (street artist italiano di fama internazionale), figure a volto scoperto con caschi da palombaro, forse robot intenti a mangiare, riprogrammare, spremere cervelli, sovrastano chi si trova dentro la cupola. Tante teste sproporzionate, piccole, spaccate, nascoste, trasformano gli “osservatori” in “osservati”.

Se il Woodpecker fungesse da Stargate, i visitatori di mondi paralleli di certo ora non ritroverebbero lo stesso paesaggio sociale di quarant’ anni fa.
Le lattine ammassate che affiorano come galleggianti dalle acque melmose dello stagno suggeriscono come il luogo, nelle lunghe notti nascoste dal bosco e rapite dall’alcol e dalla musica martellante, sia ritrovo privilegiato per rave party.
Il divertimento si trasforma in degrado, una macchia nella tranquillità della cittadina adriatica, qualcosa che va celato, nascosto, proibito.
Proprio questo silenzio finisce col seppellire l’architettura, come il verde che l’inghiotte.
Ma il Woodpecker richiama anche artisti e cantanti che, colpiti dal suo fascino di relitto, ne fanno la scenografia per le loro performance, segnando ed aprendo una via nuova.
 
C’è da chiedersi se veramente non sia meglio così. Se veramente non sia giusto che un’architettura, sebbene di grande pregio, ad un certo punto debba morire. O per lo meno invecchiare. Se il reinventarla non sarebbe uno snaturarla, come un volto che tradisca la propria bellezza riparando le rughe.

Forse davvero è nell’ordine naturale delle cose che così come i corpi diventeranno un giorno banchetto per i vermi, l’architettura lo sarà per le rane.

Certo è difficile da accettare.
Certo il presente, soprattutto nelle realtà provinciali, ha tanto bisogno di qualità.
Certo, troppo spesso, si finisce con l’aggrapparsi ai soliti “piccoli miti”. Rari esempi di buona architettura che conosciamo appena.
Ma c’è da chiedersi se anche la logica dell’interventismo non debba essere ridiscussa caso per caso, se un’architettura, nata per aderire al ciclo naturale delle cose, così impossibile da modificare senza che venga inevitabilmente tradita, così aperta, astratta, in fin dei conti non debba essere lasciata vuota.
Libera di essere di volta in volta ciò che il visitatore vuole.
Accompagnata nel suo spegnersi. Aiutata ad invecchiare bene.
Forse esiste una strada alternativa alla rifunzionalizzazione a tutti i costi o al completo abbandono. Scegliere coinvolge etica, colpa, dovere.
La risposta è difficile. L’interrogativo grande.


fotografie Alessandro Lontani