Acquedotto Cervia

Serbatoio per acqua

Che cos’è la Bellezza? E’ vero che l’Arte è per l’Arte, o possiamo ritrovarla anche in ciò che una funzione ce l’ha? Quanto mostrare della vera essenza? Cosa aggiungere?

RIVISTA SEIGRADI N.2/2012



E’ una mattina calda, afosa e soffocante d’estate. Dovrei dire d’autunno, siamo già al due di ottobre, ma quest’anno la calura estiva si è protratta molto oltre il consueto. La sveglia è suonata prestissimo, mi sono infilato la tuta logora di tela e un vecchio paio di scarpe da ginnastica, ho bevuto d’un fiato un caffè nero e sono salito in macchina. A quest’ora la strada è sempre deserta, sembra ancora di essere nella campagna d’una volta. Accosto, spengo il motore. Giusto il tempo per un’occhiata veloce, in fondo oggi non si lavora, è domenica.
Due, tre, dieci passi e i piedi affondano nella melma.
Mi guardo intorno, il mio campo è diventato un lago di fango.
Che succede?

E’ una serata calda, afosa e soffocante d’estate.
Dovrei dire d’autunno, siamo già al due di ottobre, ma quest’anno la calura estiva si è protratta molto oltre il consueto. Ancora le spiagge pullulano di bagnanti, il mare invita a tuffarcisi, posso sentire il sale sulle labbra e la pelle che tira per la salsedine.
Ho sete. Madida di sudore, mi asciugo la fronte, scosto i capelli dalla nuca, giro le maniche della maglietta, sbuffo. Mi faccio aria con un vecchio volantino appoggiato con noncuranza sul tavolo. Non basta. Mi dirigo al lavello, uno sguardo alla mia faccia lucida, apro il rubinetto.
Nella giungla di tubi sotterranei si accende una sinfonia di ruggine e acciaio, fra un istante scorrerà l’acqua, la farò scivolare sul viso, il collo, le braccia.
Ma che succede?
Chiudo il rubinetto. Lo riapro. Lo chiudo. Lo riapro.
Niente.
Non succede proprio niente.
L’acqua non scende.
Provo ad aprire il rubinetto della cucina, quello della lavanderia, poi, preoccupata e impaziente, tutti quelli del bagno, inciampo, mentre quasi correndo faccio l’ultimo disperato tentativo con la pompa del giardino.
Niente.
Non succede proprio niente.
L’acqua non scende.
Quel gesto automatico che compio inconsapevolmente chissà quante volte in un giorno, ogni volta che ho sete, ho caldo, ho fame, sono sporca, lavo i piatti o il bucato, oggi mi sfugge.
Che succede?

Basta tirare su il rubinetto perché l’acqua sgorghi, ma il suo viaggio comincia molto prima, nelle sorgenti di montagna, da dove viene captata, potabilizzata, distribuita attraverso un sistema capillare di tubature perlopiù sotterranee. Se potessimo scoperchiare il suolo su cui si accampano strade, case, città, prati e campi, vedremo una maglia metallica fatta di grossi tubi intersecati ad altri più piccoli che, snodandosi per km e km, riforniscono gli acquedotti e le case.

La costa e l’entroterra sono disseminati di serbatoi pensili, cisterne sostenute da un fusto alle quali sono collegati un tubo di adduzione che spinge l’acqua verso l’alto, fino al punto di raccolta ed uno di rilascio, in cui l’acqua scende per gravità e viene incanalata nella rete di distribuzione cittadina.
Gli acquedotti sono tutti uguali, con il loro alto cilindro e il serbatoio a tronco di cono rovesciato, con le due onde azzurre disegnate sulle pareti bianche. Tutti uguali, o quasi.

Fra le fronde degli alberi, su un prato verde d’erba corta, si intravede la forma nitida di una grossa cisterna bianca, un prisma dalla forma pura che poggia su sostegni sottili come stuzzicadenti. Un corpo massiccio sollevato da braccia esili.

Quante volte, costeggiando il canale, m’è parso così strano. Quante volte mi sono chiesta come fosse possibile che una struttura così minuta potesse reggere quel cilindro di cemento e acqua così massiccio e pesante che però sembra galleggiare nel cielo.
L’acqua non scorre, ed ecco, quell’assurdo pensiero che non riesco a scacciare mi ritorna in mente con la stessa forza di un incubo. Non è che quella torre, così diversa dalle altre, così surreale, così leggera e instabile, sia crollata? Cerco di scacciarlo asciugandomi le gocce di sudore che si sono riformate in fronte, facendomi aria con quel vecchio volantino. E’ mai possibile che sia proprio lui, con la sua enorme ma discreta mole, la causa di questa improvvisa siccità? Sollevo gli occhi, sbircio fra gli aghi dei pini immobili nell’afa, il cielo è stellato.
Casa mia è poco distante.
Esco in ciabatte.
Chiudo la porta a chiave.
Vado all’acquedotto.

“Posso condurvi sulle sponde di un lago montano? Il cielo è azzurro, l’acqua verde e tutto è pace profonda. I monti e le nuvole si specchiano nel lago, e così anche le case, le corti e le cappelle. Sembra stiano lì come se non fossero state create dalla mano dell’uomo. Come fossero uscite dall’officina di Dio, come i monti e gli alberi, le nuvole e il cielo azzurro. E tutto respira bellezza e pace…Ma cosa c’è là? Una stonatura si insinua in questa pace. Come uno stridore inutile. Fra le case dei contadini, che non da essi furono fatte, ma da Dio, c’è una villa. L’opera di un buono o di un cattivo architetto? Non lo so. So soltanto che la pace, la quiete e la bellezza se ne sono già andate. […] E io domando allora: perché tutti gli architetti, buoni o cattivi, finiscono per deturpare il lago? Il contadino non lo fa. Neppure l’ingegnere che costruisce sulle rive una ferrovia o traccia con il suo battello solchi profondi nel chiaro specchio del lago. Essi creano in modo diverso. Il contadino ha delimitato sull’erba verde il terreno su cui deve sorgere la nuova casa e ha scavato la terra per i muri maestri. Ora compare il muratore. Se c’è nelle vicinanze un terreno argilloso, c’è anche una fornace per i mattoni. Se non c’è, basta la pietra delle rive. E mentre il muratore dispone mattone su mattone, pietra su pietra, il carpentiere ha preso posto accanto a lui. Allegri risuonano i colpi d’ascia. Egli costruisce il tetto. Che specie di tetto? Un tetto bello o brutto? Non lo sa. Il tetto.[…]
Egli ha voluto costruire una casa per sé, per la sua famiglia, per il suo bestiame, e gli è riuscito. Proprio come è riuscito al suo vicino o al suo avo. Come riesce ad ogni animale che si lascia guidare dal suo istinto. E’ bella la casa? Sì, è bella proprio come sono belli le rose e il cardo, il cavallo e la mucca.[…]
Fà attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perchè sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma.[…] Sii vero. La natura sopporta soltanto la verità.”1

C‘è chi dice sia di Hera, chi di Romagna Acque, chi del Comune. Io sono certo che sia di Piero Pozzati. Pozzati nasce a Bologna nel 1922, la sua brillante carriera accademica e l’incessante attività di ricerca lo elevano a “maestro” dell’ingegneria italiana. Oltre a tramandare ai posteri la preziosa “arte del costruire”, qualche volta Pozzati veste i panni del “contadino” di Adolf Loos e guidato dall’istinto, la più alta forma di conoscenza, progetta opere ingegneristiche innovative e di innato pregio. Come nel 1950, quando, non ancora trentenne, realizza il “Serbatoio per acqua” della semi-sconosciuta cittadina adriatica di Cervia.
 
La torre di Pozzati non è un semplice acquedotto, è qualcosa di più, la forma corrisponde puntualmente ad ogni minimo bisogno funzionale, basta guardare la cisterna: un nitido cilindro bianco né troppo piccolo né troppo grande, i tubi di adduzione e rilascio che corrono verticali nel cuore vuoto dell’acquedotto, la rampa a spirale.
E’ nel pensare alla rampa che l’ingegnere bolognese dà il meglio di sé, un’invenzione di cemento armato che in quegli anni vanta nel mondo solo due celebri riferimenti: il Guggenheim Museum di New York di F.L.Wright e la Penguin Pool nello zoo di Londra di B.R.Lubetkin e Ove Arup.
La rampa è un'unica trave elicoidale che poggia su sostegni verticali a forma di triangolo rovesciato, col vertice cioè rivolto verso il basso.
La forma a spirale, con una resa statica migliore rispetto ad una analoga realizzata con travi ad anelli paralleli, oltre a rispondere magistralmente al complicato problema della risalita al serbatoio, genera un “organismo” dove il messaggio architettonico è un tutt’uno con quello costruttivo.
“L’istinto è la verità, l’ autenticità è la forma”.

La complessa e robusta geometria strutturale dell’acquedotto determina paradossalmente un oggetto in cui prevale il senso di leggerezza rispetto all’effettiva pesantezza del serbatoio sostenuto da una struttura lieve, le vele triangolari di sezione sottilissima, quasi aerea, anche per il bianco del cemento liscio.
La sottile spirale, il cui diametro diminuisce man mano che ci si abbassa, ruota su se stessa, sembra svitarsi dal suolo e lievitare nell’aria, interrotta nel suo svolgersi infinito dal prisma della cisterna in sommità.

Il Serbatoio per acqua di Pozzati è pura struttura che si manifesta. Architetture come questa, sintetiche ed essenziali, e come quelle di altri oggetti ingegneristici in cui la struttura è, per ovvie ragioni, intimamente legata alla funzione, hanno un carattere espressivo maggiore di altre che nascondono il loro funzionamento statico con ornamenti posticci.

La bellezza risiede nella forma, non nell’ornamento, non a caso Le Corbusier, nel suo trattato “Verso una Architettura”, espone la propria poetica modernista corredandola di immagini di silos, elevatori, fabbriche, piroscafi, aeroplani ed automobili. Sono le forme primarie e funzionali, quelle che si leggono chiaramente, le forme pure e pulite predilette dal Movimento Moderno, rivoluzionario momento di rottura col passato, di cui Loos e Le Corbusier sono protagonisti. Le costruzioni, libere dal condizionamento dello stile e della decorazione, sono portatrici di una nuova espressività, per i moderni materiali che utilizzano, l’acciaio, il vetro, il cemento, e per la limpidezza con cui si mostrano; in esse “il gusto prende cammini sicuri” sorretto da un’estetica che fa coincidere messaggio strutturale, compositivo e funzionale.

Il Serbatoio per acqua di Pozzati è Architettura.
Ma tanti altri manufatti progettati secondo criteri di razionalità, funzionalità, semplicità, sono forme anonime, vuote, spente. Dietro esse non c’è né istinto, né idea. Qualcosa di profondo, di evidente ma allo stesso tempo inafferrabile, le distingue da ciò che chiamiamo Architettura.

Al di là del gusto, della verità e della purezza, della geometria, della forza che ciascun materiale ha di avocare a sé la propria forma, c’è la bellezza.

La stessa bellezza che scorgiamo, senza comprenderla, senza sapere dove tragga origine, quando guardiamo le rondini volare basse sui declivi di campagna, o la pioggia rimasta aggrappata alle foglie brillare.
Quella bellezza che la natura possiede per istinto e che l’uomo può creare. Quel tratto ineffabile che possiedono le cose che chiamiamo Arte.
Quella bellezza che, prima ancora di difendere, dobbiamo imparare a riconoscere.
“Cosa manca all’auto per diventare Architettura?” […]
“L’Architettura è un fatto d’Arte, un fenomeno che suscita commozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La costruzione è fatta PER TENER SU. L’Architettura è PER COMMUOVERE.”2


1 Adolf Loos, “Parole nel vuoto”.
2 Le Corbusier, “Verso una Architettura”.


fotografie Alessandro Lontani