Magazzino del sale Cervia

Il magazzino del sale Darsena

Vecchio, eppure nuovo. Pieno, eppure vuoto. Ripensato, eppure non usato. Tecnologico, ma non efficiente. Un edificio che riassume in sé i limiti dei nostri atteggiamenti nei confronti del tempo che passa.

RIVISTA SEIGRADI N.1/2011



Tutti sanno che è lì fermo da un sacco di anni. Pochi sanno cosa ci sia dentro. Pochissimi possono entrare. Con i mattoni rossi corrosi dal tempo, il tetto nero che lo schiaccia a terra, i vetri sporchi che non lasciano guardare, ci passo davanti tutti i giorni e quasi non me ne accorgo.

Il Magazzino “Darsena”, insieme a quello “Torre” collocato sulla riva opposta del canale, è un importante esempio di archeologia industriale.
La città di Cervia realizza entrambi fra il XVII ed il XVIII secolo per conservare i quintali di oro bianco prodotti dalle vicine saline che giungono qui con le burchielle dopo la raccolta.
I magazzini si fronteggiano, si guardano, lavorano in sinergia per oltre duecento anni, agevolati nella loro opera di immagazzinamento da un ponte di collegamento in ferro costruito nell’Ottocento. Questa storia si ripete immutata fino al secondo dopoguerra, quando il cambiamento dello condizioni economiche induce al declino della fiorente attività artigianale delle saline con la conseguente dismissione dei magazzini.

Cinquant’anni dopo mi trovo ai bordi di quel canale che per tanto tempo li ha uniti mentre oggi li divide. Uno aperto, concluso, l’altro oscuro, incompiuto.
E’ un assolato pomeriggio di agosto, fuori fa caldo. Non so per quale strana ragione ma oggi, cascasse il mondo, devo entrare! Le chiavi perse in un indisturbato cassetto mi obbligano ad intrufolarmi dall’unico buco disponibile; aspetto che la gente se ne vada e quando nessuno mi vede, entro.

C’è chi dorme solo se la lampadina è accesa e chi spera di vedere una luce in fondo al tunnel, ma una cosa è certa: qui dentro è buio e di luce non ce n’è nemmeno l’ombra.
I miei occhi iniziano a frullare in ogni direzione alla ricerca di un’immagine precisa che mi possa orientare, di un posto sicuro dove potermi riparare.

Dentro è pieno. Sono circondato da un’infinità di oggetti, schiacciato dall’immenso solaio che corre a pochi centimetri dalla mia testa. La percezione dello spazio è annullata. Dov’è il Magazzino del Sale? Non ci sono le tre arcate? Come faccio a fotografarlo?

Quello che vedo, o meglio quello che non riesco a vedere, è l’ambiente restaurato fra il 1983 ed il 1987 da Giancarlo De Carlo, uno dei protagonisti dell’architettura italiana del Novecento. La struttura modulare della fabbrica antica, costituita da sei ante trasversali e da tre arcate che suddividono il magazzino longitudinalmente in tre corridoi, scompare a chi tenti di leggerla dal piano terra, sfugge a chi provi a percorrerla. A questa, infatti, il progetto decarliano sovrappone e intreccia un’imponente struttura in ferro e cemento costituita da tre livelli di soppalchi. Due di questi dividono la straordinaria altezza delle navate, mentre l’ultimo permette di passeggiare nel lucernario, il punto più lirico ed elevato, quello che guarda al mare.

Qui l’“architetto della partecipazione”, convinto che sia il luogo ad indurre il progetto in un progressivo svelamento di cui il progettista è guida e sintesi, lega il nuovo intervento al riuso dell’antica Darsena, confermando così la tradizionale cultura marinara di Cervia. L’acqua è il “genius loci” e viene fatta entrare nel magazzino occupandone due ante per costituire un punto d’approdo, una darsena interna alla città.

Nell’intricata foresta di pilastri e tubi in ferro, di setti in cemento e di cose accatastate, cerco un appiglio. Ci sono delle scale. Le raggiungo. Salgo.
Ad ogni gradino lo spazio cambia, si trasforma, si libera pian piano da quel senso di occlusione e compressione che avevo provato camminando al piano terra. Diventa tutto più vuoto e luminoso. Sono finalmente entrato nel magazzino, vedo le tre arcate, il tetto, un’infinità di scale, e i ponti che collegano, a tre metri d’altezza, le navate dell’edificio. Apprezzo la complessità dello spazio e l’audacia del progetto.

Chissà quante volte mio nonno, che di professione faceva il salinaro, avrà camminato così in alto qui dentro? Quante volte avrà toccato questo mattone, irraggiungibile da terra senza una scala? Quanta fatica avrà fatto per portare fino in cima un quintale di sale? Se non fossi venuto e se non ci fosse stata questa ingombrante struttura d’acciaio non avrei mai potuto rincontralo, giovane, piegato, con la fronte incrostata di sudore come sale nelle pareti.

Ogni volta che entro nel “magazzino vuoto” mi lecco un dito, lo bagno di saliva, lo striscio contro i mattoni bianco-rossi, lascio che si appiccichi un po’ di sale e lo assaggio. Uno strano rito che mi ricorda dove sono e quanti ragazzi qui dentro ci hanno rimesso la schiena, le ginocchia, quanto lavoro, quanta vita, quante risate, urla, fatica, mentre siedo, depliant in mano, nelle seggiole rosse di Radio 3 in Festival. In quei giorni il “magazzino vuoto” è pieno di gente appiccicata fino all’ultimo centimetro disponibile, il “magazzino pieno” invece resta sempre vuoto.

I due edifici, accomunati dalla stessa funzione per secoli, hanno conosciuto destini diversi quando si è trattato di restaurarli. Mentre per De Carlo l’antico è stato un pretesto progettuale ed il suo intervento lo ha radicalmente reinterpretato attraverso l’utilizzo di un linguaggio e di materiali contemporanei, i curatori del restauro del Magazzino “Torre”, avvenuto alla fine degli anni ’90, hanno svolto un’operazione conservativa.
Per quest’ultimo, lo spazio è stato valorizzato evidenziando l’esistente attraverso un’operazione di consolidamento strutturale ed impiantistico operata “senza clamore”. La sua vocazione culturale non necessita di alcuno stravolgimento spaziale, può essere soddisfatta con un arredo essenziale e funzionale. Scenografico è invece l’intelaiato decarliano, quasi un’impalcatura permanente sull’edificio antico, con le scale a rampa unica che, come un lungo dorso, attraversano la fabbrica andando a ricercare anche all’esterno, nel lucernario sulla città, un punto di vista spettacolare.


Il problema del restauro è, per De Carlo, il problema della coesistenza fra vecchia struttura e innovazione funzionale e va risolto dando ascolto alla cultura del luogo ma affermando allo stesso tempo l’identità presente. La devozione ed il rispetto per il passato debbono affiancarsi alla fiducia e all’ottimismo nei confronti del linguaggio architettonico contemporaneo.

Vecchio e nuovo a confronto dunque: ma che effetto vi farebbe vedere un “vecchietto” di trecento anni tagliare il traguardo molto prima di un ragazzo di ventisette? A me fa sorridere e pensare. L’antica struttura in mattoni è paradossalmente più nuova (meglio conservata) del nuovo progetto, che di anni ne ha più o meno quanto i miei. La salsedine ha corroso il telaio, la ruggine ha scavato i tubi fino a farli diventare nulla, i piani fluttuanti si sorreggono in bilico a pochi metri dal suolo.
La robustezza espressiva dei materiali tipici dell’opera decarliana, come il cemento faccia vista e il ferro, muta, nel concreto del divenire, in deperibilità quando si scontra con le condizioni climatiche di un luogo di mare.

Mi chiedo allora cosa fare.
Accettare il fallimento di un’idea, fare un passo indietro, cancellare tutto ciò che è stato fatto, ricominciare da capo?
Oppure partire dal progetto di De Carlo e con un intervento radicale e coraggioso esaltarne i pregi eliminandone i difetti?
O magari accettare il corso inevitabile della storia e salvare tutto?
Conservare i tubi arrugginiti, le lampadine fulminate, posare i pavimenti, oliare le serrature, sostituire i vetri rotti, aggiungere i parapetti.
Restaurare il restauro del restauro del restauro del restauro del Magazzino del Sale.
Dimenticare il tempo perduto.


fotografie Giacomo Ferrari

 

 

 

Per saperne di più leggi "Il progetto Cervia", l'intervista a Vittorio Ciocca, il sindaco che affidò a De Carlo il restauro del Magazzino Darsena.