Orti spontanei

L’orto come spazio in cui uomo e natura collaborano e si legano. A partire dagli orti spontanei in Darsena di città a Ravenna, una riflessione su ordine, disordine, natura e pianificazione.

RIVISTA SEIGRADI N.7/2016



L’orto ha origini antichissime: giardino delle delizie che offre generosamente i propri frutti, hortus conclusus che nutre il corpo e la mente, spazio di lavoro e di preghiera per il monaco medievale. L’idea è quella di delimitare uno spazio dentro la natura e lavorare con essa per saziare l’uomo, addomesticare un pezzettino di terra, fecondarla col proprio lavoro.

Ma quando nasce l’orto urbano?

Per secoli e secoli città e campagna sono spazi ben distinti: se la prima è il luogo della politica e dei commerci, l’altra è quello della produttività (agricoltura, caccia). Spazi sì separati, ma simbiotici: è la campagna a nutrire la città.
Fino alla rivoluzione industriale, il paesaggio antropizzato appare composto da uno spazio edificato- la città- denso, intervallato dai vuoti delle piazze, delle corti interne, dei pochissimi orti, utili in caso di assedio, e dalla campagna,  con i suoi campi coltivati, le case rade dei contadini, i recinti del bestiame, che si estende libera fino a congiungersi con la natura intatta dei boschi. 
L’industria incrina questo equilibrio secolare, nel territorio moderno sfuma il confine netto fra realtà urbana e campagna, si assiste ad un inurbamento senza precedenti, l’emigrazione di massa dalla campagna alla città.

E’ in relazione a questo che nascono i primi orti spontanei urbani, “orti dei poveri”, come fonte di sussistenza per gli immigrati, negli spazi indefiniti della città industriale, nelle zone residuali, lungo i binari delle ferrovie, nelle aree incolte delle periferie.

Anche durante la Guerra, gli orti urbani sono essenziali per il sostentamento quando le città sono isolate, sotto assedio.
In Italia, gli anni ’80 vedono il grande fenomeno delle migrazioni interne da Sud a Nord. L’orto urbano è uno spazio di comunità dove poter riaffermare l’identità rurale d’origine, i valori e il rapporto con la terra contro la realtà industriale e metropolitana. 
Il senso dell’orto non risiede più solo nelle necessità alimentari.

Così nella contemporaneità coltivare un orto può significare godere del benessere psicofisico che reca il contatto con la natura, intessere relazioni e scambi sociali (soprattutto per anziani, bambini, disabili), riallineare i propri ritmi a quelli naturali.

Ora prendete un orto ed osservatelo.

L'orto è un fazzoletto di terra di forma rettangolare, graffiato da solchi regolari: nel primo una fila di piselli alti fin sopra al ginocchio, accanto il graticcio di canne legate con la corda su cui si attorcigliano velocemente i pomodori, poi bassi i caspi di lattuga, un solco libero, e, al sole, il giallo brillante dei fiori di zucchina.
C'è una vasca piena d'acqua per bagnare la terra alle prime ore del mattino, quando è tutto un po' più fresco, tante piccole casse di legno stracolme di tenere piantine, un telo per fargli ombra, il capanno degli attrezzi, qualche specchio per spaventare gli uccelli.
L'orto è espressione di un ordine millenario, quell'ordine che segue inconsapevole il ritmo della terra e degli astri, quell'ordine che dice quando è meglio piantare e che cosa cogliere, che fa stare quella pianta a fianco all'altra, in quella precisa posizione.
Tuttavia quest'ordine non può durare a lungo, perché l'orto non è un sistema isolato, ma ha tutte le caratteristiche di un sistema aperto.
Prende energia e materia dall'esterno, l'energia del sole e della forza lavoro, l'acqua, i semi, il concime, dona generoso i suoi frutti dopo tanta fatica e sudore.

Nello scambio costante di materia e energia, nella sincerità di un rapporto fondato sul dare per avere, si celano le ragioni del fascino magnetico che lega l'orto all'uomo.

Non a caso sorgono dappertutto orti spontanei, dove si cimentano spesso orticoltori alle prime armi che normalmente si affiancano a chi l'orto lo fa da tempo, ne imitano le gesta, ne carpiscono i segreti.
Nell'aggregazione spontanea dei fazzoletti di terra finalmente spunta il disordine e prende corpo il secondo principio della termodinamica per il quale, quando nell'universo si realizza un processo spontaneo, si assiste sempre ad un aumento di entropia.
Se in termodinamica il disordine aumenta al crescere della temperatura, in un sistema sociale quale quello degli orti il disordine aumenta al crescere del numero di orti.
Non a caso, se guardiamo dall'alto un sistema di orti spontanei, sembra di vedere una discarica a cielo aperto, frutto della somma non coordinata e inconciliabile di singoli sistemi ordinati.

Le casette degli attrezzi paiono baraccopoli, i teli ombreggianti mucchi di sacchi di plastica e le file di piante, scacchiere disposte a casaccio.
La complessità e la ricchezza che si celano dietro a questo disordine spontaneo non piacciono ai più, che si battono quotidianamente per arginarlo. 
Pulendo il pavimento di casa, togliendo la polvere dai mobili, riordinando il tavolo della cucina dopo pranzo, consumiamo energia per far ordine. Pensiamo al nostro orticello anche a discapito di ciò che lo circonda.
La guerra termodinamica al disordine è appena iniziata e porta allo zero assoluto (0° K) quando l'entropia cessa di esistere.
Per gli orti, resta il timore che pianificandoli, riportandoli entro confini amministrativi certi, progettandoli oculatamente e in larga scala, li si faccia assomigliare troppo alla struttura modulare delle case popolari o dei quartieri delle periferie da cui gli ortolani stessi rifuggono.
Il perfetto incasellamento dell'orto, l'appiattimento delle differenze, rischia di generare una spersonalizzazione degli orti stessi, la morte allo “zero assoluto” di un sano ed autentico stile di vita.

 

fotografie Alessandro Lontani

 

 

Per saperne di più leggi "Concorso di idee per il riuso temporaneo di un'area in Darsena di Città a Ravenna", scopri "Verde" il progetto vincitore.