Ospedale Pierantoni
La macchina della salute

Architettura parlante dalle risonanze belliche, ma dalle caratteristiche curative, per mettere in atto un’ambiziosa modernizzazione della sanità ai tempi del regime fascista.

BLOG 02/03/16



E’ notizia recente e provata, anche se ormai nota da anni, che l’Italia è un paese di vecchi (e non ancora, adeguatamente, per vecchi, come il famoso film dei Coen). I numeri lo dimostrano, i dati Istat sugli indicatori demografici del 2015, raccontano che nell’anno appena concluso si è registrato il nuovo minimo storico delle nascite: soltanto 488mila (8 ogni mille residenti), 15mila in meno rispetto al 2014, un nuovo record negativo dall’Unità d’Italia. Il saldo naturale è sceso così conseguentemente  a -165 mila, mentre la fecondità si è ulteriormente abbassata a 1,35 figli per donna.

Stili di vita diversi, anni di piombo, crisi economiche si sono susseguiti, cambiando completamente il Paese che, meno di un secolo fa, aveva visto attuarsi una massiccia campagna a favore della maternità. Dalla fine degli anni ‘20, infatti, il regime fascista, sulla strada che aveva come meta “l’uomo nuovo ” dominante, mette in scena una martellante propaganda a favore di un ruolo di donna-madre-fattrice, completamente dedita alla procreazione e ai figli, e quindi alla casa.

Poco importa se, per i più, una famiglia numerosa non era economicamente sostenibile: la nuova linfa serviva alla Patria, a formare quel corpo unitario che era il popolo italiano.

Alla serenità della madre doveva perseguire anche la buona salute dei figli e in prospettiva il “corpo” di cui sopra doveva crescere sano e forte, così la battaglia demografica si sposta sul fronte del miglioramento delle condizioni di salute generale.

Uno degli obiettivi era quello di debellare, tramite un potenziamento dell’offerta sanitaria, malattie come la pellagra o la tubercolosi (diffusissima ancora nei primi decenni del Novecento) che piegavano la popolazione diffondendosi  a causa delle carenze igieniche.

Ecco perché in questo periodo vediamo nascere nuove strutture squisitamente razionali, lontane dalle precedenti vocazioni assistenziali e caritative, che aderiscono ai modelli delle “moderne” architetture ospedaliere, le quali, trasformando il tipo ottocentesco del sanatorio, stavano spuntando un po’ in tutta Europa e di cui il Sanatorio a Paimio di Alvar Aalto ne è ottimo esempio.

Forlì, città in cui numerosi sono gli interventi fascisti, viene ancora una volta scelta come banco di prova esemplare, e vede quindi la nascita di una nuova struttura sanitaria, in aggiunta al già esistente Ospedale Morgagni situato dal 1907 in pieno centro città.

Il nuovo complesso, di ispirazione avanguardistica, nato come “Centro Sanatoriale per la cura della tubercolosi”, viene invece collocato a Vecchiazzano, ossia a 3 km dalla città, in un’area di 36 ettari ancora non urbanizzata, nel luogo scelto da Mussolini in persona.
Questo perché, per le malattie come la tbc, fondamentale era la buona esposizione all’aria e alla luce e l’immersione nella natura.

Alle caratteristiche mutuate dallo studio dei modelli architettonici del tempo, si aggiungono, a determinare le forme dell’Ospedale di nuova concezione, i topoi estetici tipicamente evocativi del regime.

La costruzione iniziò nel 1932, seguendo un progetto dell’architetto Luigi Bisi, ma egli venne presto sostituito da Cesare Valle, il progettista a cui dobbiamo gran parte delle opere razionaliste a Forlì. L’inaugurazione finale avvenne il 25 luglio del 1939.

Il complesso originario era costituito da tre edifici orientati a sud-est, separati, ma in effetti collegati tra loro da un corridoio seminterrato, che ospitava anche le cucine. Essi godevano come “gemme splendenti tra lo smeraldo dei prati e il murmure eterno del Rabbi e del Montone” di un grande parco compreso tra i due fiumi, dove, in aggiunta ad aiuole fiorite per lo più decorative, erano state messe a dimora piante resinose, che rendevano l’aria già salubre ancora più balsamica, e alberi da frutto.

Il primo corpo costruito è stato quello del padiglione Valsalva, in origine “23 Marzo”, destinato al ricovero degli adulti. La sua forma in pianta ricorda quella di un biplano, perché costituito da due corpi perpendicolari tra loro, uno più corto, e uno molto più lungo che realizza in questo modo le ali dell’aereo. Esse si dipartono dal blocco centrale, dove è situato l’ingresso principale, e terminano ciascuna con due rispettivi edifici terrazzati.

La composizione del prospetto risulta quindi perfettamente simmetrica. La parte centrale, prominente rispetto alle ali, è messa in risalto dalla scalinata e dalla pensilina che conducono all’entrata, così come dall’avanzamento delle due parti laterali che la “abbracciano”. I tre piani in cui è scandita questa sezione dell’edificio, sono trattati con accorgimenti che comunicano un senso di alleggerimento verso l’alto: quello attaccato alla terra scanalato (un bugnato semplificato), quello centrale ampiamente finestrato, e quello superiore dotato di grandi logge e terrazze.

All’interno delle ali, i 244 posti letto erano suddivisi in camerate da 40 mq, che affacciavano su spaziose verande schermate da avvolgibili frangisole. Le pareti di queste stanze, destinate al riposo, erano state dipinte di un tono verde chiaro, il più adatto al rilassamento secondo gli studi dell’epoca.

Il secondo, il padiglione Vallisneri, in origine ”21 Aprile”, o Padiglione dei Bambini, ha una struttura volumetrica unitaria e stereometrica, organizzata su cinque piani che vanno rastremandosi verso l’alto.

Essa rimanda l’immagine di un grande transatlantico, per le estremità arrotondate (rispettivamente la prua e la poppa) e soprattutto per la presenza di ampie terrazze, che circondano ad anello i vari livelli.

Allora erano punteggiate ovunque da lettini a sdraio e ricordavano proprio i ponti delle navi da traversata.

I terrazzi, in entrambi questi edifici, non sono luoghi semplicemente ricreativi, ma a tutti gli effetti curativi, nel senso che assicuravano la migliore esposizione alla luce naturale, e quindi ai benefici del sole, e la possibilità di unire all'elioterapia l’aria pulita della campagna. Nei terrazzi circolari del Vallisneri, inoltre, i degenti potevano osservare panorami sempre diversi a seconda del punto prescelto, seguire il percorso del sole, o scegliere tra zona d’ombra o soleggiata, secondo le esigenze.

Il padiglione pediatrico, completato nel 1935, era all’epoca uno dei più grandi e completi d’Italia, poteva ospitare fino a 225 bambini e alle stanze per il ricovero facevano da corollario diversi luoghi di svago per i piccoli, come aule scolastiche, un cinema-teatro e spazi per le attività ludiche.

Il terzo padiglione, intitolato “28 Ottobre” ora “Allende”, costruito per ultimo, rappresenta, nel gioco di rimandi simbolici e futuristici che esaltavano il mito del macchinismo, la terza “macchina da guerra”, quella che compete all’elemento terra, dopo aria e acqua: esso infatti ha la forma di una carro armato.

L’edificio svolgeva la funzione di colonia postsanatoriale, destinata ai lavoratori provenienti da 60 diversi sanatori d’Italia, già curati, che qui potevano perfezionare la riabilitazione ed essere restituiti alla vita sociale. Un’ interessante ri-educazione al lavoro veniva svolta nel grande laboratorio che comprendeva un’officina meccanica, una falegnameria, un piccolo calzaturificio e una sartoria, da cui uscivano prodotti necessari all’intero complesso.

A completare la composizione, vi era la dinamica torre dell’acqua, presente tutt’ora, in posizione baricentrica, che come un ago della bilancia fungeva da Torre Littoria del complesso.

Ora, nella nuova immagine dell’Ospedale, essa non ha più quella potenza visiva, schiacciata com’è dal nuovo padiglione “Morgagni”, costruito negli anni 2000 nell’area libera centrale.

Nonostante quest’ultimo s’imponga prepotentemente per mole e posizione, tuttavia le forme, seppur retoriche, dei padiglioni razionalisti rimangono impresse senza sforzo nella mente di chi le osserva. La loro forza sta proprio nella capacità di poter essere ricondotte con facilità a disegni semplici ed essenziali, ridotte a loghi parlanti.    

 

fotografia del Padiglione Valsalva: Simone Simone