Parlando con Filippo Monti
L'intervista all'architetto del Woodpecker

Seigradi in collaborazione con Magma intervista Filippo Monti, l'architetto del Woodpecker, la mitica discoteca persa nella pineta di Milano Marittima.

di Redazione + MAGMA
BLOG 18/11/15



Da quanto tempo non torna in quel luogo?
Non ci sono mai più andato da quando l'hanno chiuso. Nei lavori che ho fatto non torno più. Ma dentro è tutto un canneto come allora? E il marmo è ancora buono? E sull'argine vengono su le piante?

Diciamo che la natura ha preso il sopravvento da più parti ma la struttura domina ancora i canneti. Davvero suggestivo. 
Sì, ma è anche una concezione di una certa chiarezza, questo “smangiarsi”  nella cosiddetta natura, che poi non è natura quella li. A un certo punto soffoca tutto.

E lì cosa c'era? Il Woodpecker, “Le Siepi” e il maneggio?
Il maneggio non c'era. C'erano le Aie e poi era un'immensa pianura coltivata a barbabietole. Coltivata bene però. Vedevo che passavano dei gruppi di donne  che lavoravano con una certa logica. Più lontano c'era una raccolta di rifiuti. A una cert'ora della notte sulle due, quando cambiava vento si sentiva un gran puzzo.
I riferimenti erano questi: il Savio poco lontano, le Aie, ma soprattutto la Nullo Baldini che quando la si risaliva, soprattutto la notte, si vedeva in lontananza Bertinoro con le sue luci.

All'epoca come reagì la gente alla costruzione del Woodpecker?
Non ne ho idea, perchè allora non c'era questo distacco per poter dire “mi piace” o “non mi piace”. Brutto o bello. Le cose venivano accolte soprattutto dal punto di vista dell'efficienza, della resa. Comunque credo sia stato accolto bene. Vennero anche certi personaggi. Mi ricordo un giapponese, Kenzo Tange, che era l'architetto che aveva progettato gli edifici delle Olimpiadi a Tokio mi pare. Venne lì a dare un’occhiata ma io non lo incontrai. Venne anche la Rai all’inaugurazione. Comunque per anni rimase abbastanza trascurato dal punto di vista dell’attenzione architettonica. Fu solo dopo molto tempo, saranno vent'anni fa, che ci fu una rivista francese che pubblicò un articolo su quest'affare. Rimasi sorpreso. Poi ci fu un fotografo famoso che fece una serie di fotografie sulla Romagna, tra cui anche alcune notturne con il Woodpecker illuminato da dei riflettori.    

Ora questa sua opera si sta riscoprendo con interesse crescente.
Ultimamente sì. C'è stata una studentessa di architettura di Pavia che ci ha fatto la tesi di laurea e poi se ne stanno interessando molti studenti di qui, anche di Faenza, della facoltà di architettura di Cesena.

(Guarda la foto sotto la cupola)
Non ci sono buchi, non è forata la cupola? Mi ricordo che trasportammo da Forlì, dove c'era questa fabbrica di barche (che si chiamava Comet), una gran quantità di lunghe falci che depositammo sui campi. Dovevamo montare tutto in un giorno, ma non ce la facemmo, perchè al pomeriggio verso sera venne un temporale, quasi un uragano, e allora la cupola rimase a metà, c’era solo l’esedra. La notte pensavo che questo vento l'avesse trascinata a mare. Invece no, era più bella di prima. Quello fu il primo collaudo e il giorno dopo finimmo. Qualcosa che sarebbe impensabile poter fare adesso in un giorno. Avevamo infatti pronti i bulloni che collegavano tutto: ogni elemento aveva un tubo da una parte e un tubo dall'altra e in cima c'era questo anello metallico, dove si collegavano tutti. Fu una lotta contro il tempo.

Quante persone hanno lavorato alla costruzione?
Non tante. C'era il gruista che era il più spericolato, anche se non c'era mica la gru. Aveva messo un palo nel centro e stava in cima in sull'anello. Non so se gli elementi di sollevamento fossero mobili. Quindi quando si avvicinava la testa della falce l'invitava all'inserimento molto dolcemente. Poi in ultimo ci mettevano quegli “U” di alluminio, che dalla foto mi pare che si siano sganciati.

Come è nata l'idea del progetto?
Dal nulla. Volevo trovare questo occhio di cielo che sembrava riflettersi a terra, un po’ come nelle saline. Ma il cielo se ci sono le canne alte non si vede più. Quando si saliva sull'argine e si guardava in basso, di notte con le stelle che riflettevano sull'acqua, si creava un certo impatto. Però non si riuscì a risolvere il problema delle luci per esempio. Anche perchè il proprietario tentennava, stava sempre zitto, girava a testa bassa. Abbiamo messo dei riflettori ma era una soluzione non certamente voluta. Il mio pallino era di fare l'illuminazione con dei fuochi, con delle fiaccole. Tipo un'illuminazione antica. Provammo a fare un esperimento, ma non andò molto bene e l'illuminazione per me non è mai stata risolta.

C'erano tutti gli elementi, terra, acqua, mancava il fuoco.
Per il fuoco non so cosa si potesse usare sull'argine. Non so come facessero gli antichi. O altrimenti io avevo in mente quello che vedevo da ragazzino quando il fronte si avvicinava da Rimini in qua. Si vedevano dei fasci di riflettori antiaerei, quasi sempre fissi, non si muovevano molto. Però queste colonne di luce, a decine di chilometri, da qui a Rimini, foravano il cielo. Ne parlavo anche col proprietario che mi guardava un po’ storto.  Avevo anche sentito dire che durante la guerra, specialmente nella controffensiva delle Ardenne, i tedeschi illuminavano le nuvole coi riflettori dal basso. Usavano la riflessione delle nuvole per illuminare il campo di battaglia. Insomma venne anche uno specialista da Milano, uno che doveva capirci tutto di illuminazione ma non combinò gran che. Mentre la cupola aveva questo chiarore che controluce dava un certo effetto. Anche il Giallo di Siena, è un marmo che adesso sarebbe preziosissimo, allora lo comprammo come un altro, anche quello è un po' alabastrino, si impasta con la luce, la piattaforma era una stella in mezzo all'acqua. Io immaginavo luci radenti, luci riflesse. Invece misero sto palo con sto riflettore che puntava in basso con sta luce schiacciata. Però il problema della luce ancora adesso non è risolto, assolutamente.

Quale futuro auspica alla struttura?
Io lo vedrei più libero dalla corrosione della cosiddetta natura. Certo la gente potrebbe raccogliersi lì per diverse cose, per esempio la poesia potrebbe essere sfruttata per una suggestione particolare data dal posto. Adesso io ho il pallino di Dante, ho tradotto in dialetto tutta la Divina Commedia. Allora io dico se un posto come questo potesse essere uno spazio adatto per queste cose sarebbe molto più bello che Santa Croce dove hanno fatto questa scenografia per Benigni. Si potrebbero per esempio portare Luzi, Montale e i poeti moderni, è un ambiente ideale. Però è un po' elitaria come cosa, a meno che la poesia non diventi un qualcosa di molto più popolare, che investa anche la gente come insieme, come un coro del teatro greco. Questa potrebbe essere una deviante interessante. 

Oppure un polo artistico, dalla poesia all'esposizione...
Credo che coi mezzi che avete a disposizione si potrebbero anche modulare scenografie nuove,  per intendere l’edificio cinema come qualcosa di diverso. In genere il cinema è fatto su un piano solo, su uno schermo solo e la platea, invece una simultaneità di schermi potrebbe fra muovere la gente nel mezzo tra riflessi, a me piacerebbe molto.  Diciamo un cinema concepito per molti schermi.
Anche la luce in questo caso avrebbe un altro ruolo. Se fosse sede di questi film multipli con vari schermi, o anche soltanto letture di poesia, allora la luce avrebbe tutto un altro ruolo, molto più suggestivo e coinvolgente per chi ne fruisce. Oppure non le solite mostre ma mostre in cui la luce potrebbe avere un altro fine oltre a quello di illuminare l'opera.
A questo mi ci fate pensare adesso. Sarebbe molto bello. Perchè questi eventi potrebbero anche comprendere molti altri elementi, degli acrobati, non so. Potrebbe essere come in una piazza, qualcuno qui, qualcuno là, potrebbero contemporaneamente più spettacoli, quasi come in un teatro organico, un teatro articolato in tanti aspetti. Non attorno a un punto solo come un'arena ma come nel teatro medievale, tutto itinerante e polifocale. E poi potrebbe essere un luogo di esposizione per degli artisti che non siano legati a degli schemi già collaudati.

Quanto costò realizzarlo?
Non molto. Avevo conservato anche i costi.

Per i materiali?
Già allora se ne potevano scegliere molti. Si poteva usare questo Giallo di Siena, che adesso non c'è più e per questo costa una follia. Un travertino poteva costare qualcosa in meno. Era poco più di un pavimento di terracotta. Poi c’era il calcestruzzo. Per la resina quelli delle barche non è che chiedessero delle cifre così eccezionali. Loro volevano farsi anche un po' di pubblicità. Poi i fabbri fecero i telai in ferro. La zona dei servizi dove c'erano i gabinetti fu fatta anche quella con dei canali di cemento armato a “U” di spessore minimo, così a sbalzo. Fu chiuso con dell'opalina nera che aveva dei costi poco più alti del vetro. Non fu molto caro in fin dei conti, fu una cosa normale. Allora c'era la rapidità nel costruire.
Ho visto che avete interesse a riaprire questo luogo al pubblico.

Abbiamo allestito performance e mostre al magazzino del sale.
Bene, così la gente mentre guarda la mostra ascolta. Mi piace questa contemporaneità di interessi. Io punterei su questo. E' questa la linea da seguire.

E' difficile associare una discoteca all’arte.
Però siete bravi, perchè state recuperando dei valori che sono latenti ma che mi pare stiano venendo fuori ancora. Ci sarà un interesse crescente per queste cose qui. Guardate la Biennale, per me è un cimitero poco distante da una tomba di famiglia. Sono luoghi morti. Invece così le arti rivivono, ritrovate in mezzo alle loro radici che sono vicino alla gente, che sono la gente stessa. E' bello. Fate bene.

Ma la leggenda delle vasche coi coccodrilli. Ne sa qualcosa?
Ero io che volevo metterci i coccodrilli. Un po’ era uno scherzo. Potete prenderla come i roghi di illuminazione, delle idee molto confuse, non chiare. I coccodrilli erano anche per introdurre il tema della paura. Quando da piccolo passavo di fianco al vano che andava in cantina, c'erano questi corridoi, un cancello e poi di là era buio. Mi immaginavo questo spettro che evocava un sottomondo. Mi sarebbe piaciuto riportare quelle sensazioni in quella pianura. Ovviamente erano idee che finivano in una risata. Il proprietario era uno strano tipo, non  diceva mai di no. Stava zitto, faceva qualche cenno con la testa, poi se ne andava.

Vi siete più sentiti?
So che ha avuto delle disavventure e che l'han costretto ad abbandonare. La ragione non so quale fosse. C'erano delle concorrenze strane sul posto.

Il nome lo diede lei?
No, il nome era quello del vecchio locale del proprietario che lo trasferì lì. Dico la verità, io non sapevo neanche cosa volesse dire.

Lei è anche artista. Faceva il pittore.
Facevo il pittore quando avevo sedici, diciassette anni. I ritratti me li pagavano 1000 lire. Poi vidi che facendo architettura o si fa seriamente una cosa o l'altra. Non c'è tempo.

Studiò a Firenze.
Era dura allora, perchè la linea ferroviaria diretta non c'era. Bisognava passare da Bologna. Avevamo un abbonamento che ci consentiva due viaggi alla settimana non di più. Cercavamo di non farci forare il biglietto. Allora si studiava bene perchè eravamo pochi, un centinaio per percorso non di più. Dopo diventarono mille, duemila, non so quanti.

Il riferimento alla cupola del Brunelleschi?
Se c'è un richiamo, è certamente un riflesso incondizionato, non per scelta. Brunelleschi è tutta un'altra cosa, nella sua cupola la luce gioca per divisioni nette, c'è l'ottagono, che non fa sfumare la luce. Invece qui sono 23 spicchi. Brunelleschi è un grande e bisogna lasciarlo in pace. Non avevo riferimenti ma solo l’idea di fare questo occhio di luce che riflettesse il cielo. Credo in qualche modo di esserci riuscito, poi ci sono comunque dei limiti evidenti come quello irrisolto della luce.

L’affresco di Blu all’interno della cupola le piace?
Non l’ho visto dal vivo. Ma dalle vostre fotografie mi sembra interessante. Io di solito dei writers diffido molto. Ripetono sempre lo stesso schema usando quegli orribili caratteri. Sono uno schifo. Di lui però ho visto pubblicate cose di grande valore e lì può darsi che controluce stia molto bene. Sicuramente parto da una certa diffidenza, in nome di chissà quale purismo, poi non lo so. Però quando operano a questi livelli sono ammirevoli, bisogna cavarsi il cappello, perchè immagino lavorino in condizioni anche estreme.

Grazie per la disponibilità e la bella conversazione sulla sua opera. 
Vi ringrazio io. Tra noi qualcosa coincide, le aperture della vita sono anche queste.