Montecatini
La colonia metafisica

Volumi bianchi e semplici. Ombre lunghe e ritagliate. Simboli e valori. Il rapporto con l’inafferrabile, con l’infinito. La metafisica fatta materia di una Colonia Marittima a Cervia.

BLOG 15/06/15



La concezione delle Colonie dell’Opera Nazionale Balilla, nate attorno agli anni ‘30-‘40, reca con sé, il dilemma manicheo del positivo e del negativo, per questo il nostro giudizio è spesso titubante.
Sì perché da una parte non possiamo negare l’evidenza di una oggettiva opportunità di miglioramento delle condizioni di salute e di vita offerta in quegli anni ai bambini, poveri o della piccola borghesia: un luogo di cura e fortificazione del fisico, dove trascorrere periodi più o meno lunghi, una pratica che prometteva una diminuzione della mortalità infantile. Un ambiente salubre, pulito e nello stesso tempo anche un agiato soggiorno di villeggiatura per ragazzi per lo più usciti da piccole, modeste e deprimenti case popolari, la maggior parte dei quali non avrebbe potuto in altro modo staccare neppure un giorno dalla propria faticosa routine.

Dall’altra, però, non possiamo dimenticarci che tutto ciò non era altro che una grande macchina di propaganda e di costruzione del consenso al regime fascista. Il fine vero era insomma un basso spot pubblicitario.

Esso in più assicurava il “perfezionamento dello sviluppo fisico, intellettuale e morale degli alunni”, i futuri soldati, ed è proprio quel “morale” che più ci appare becero, perché esplicitazione dell’indottrinamento operato su giovani menti ancora totalmente aperte alle fascinazioni. Il tutto attraverso un ulteriore esperimento sociale, un laboratorio di convivenza scandito da rigidi rituali, e molto lontano dalle tradizionali e consuete abitudini famigliari.

L’architettura in parte riflette questa dualità. Gli architetti che svilupparono il tema delle Colonie marittime, e che in esse raggiunsero risultati di pregio e di qualità innovatrice, erano mossi da una genuina voglia di sperimentare nuovi linguaggi e di mettere in pratica la ricerca dei loro riferimenti estetici. 
Proprio nelle Colonie, più che in altre costruzioni cittadine, luogo di educazione, si incarnavano le istanze pedagogiche e riformatrici dell’Architettura Moderna, e proprio in un luogo volto alla cura del corpo, si potevano creare delle piccole Villes Radieuses, dove sole, verde e aria pura realizzavano le loro utopie urbanistiche.

Il prodotto è quindi un’architettura plasticamente impattante, sperimentale perché libera da rigidi riferimenti formali precedenti, e assolutamente evocativa perché nel porsi come oggetto isolato in un paesaggio piatto che si misura con l’infinito del libero orizzonte del mare, diventa essa stessa il paesaggio. Le forme pulite e bianche creano luoghi metafisici.

Metafisici come le città dalle ombre lunghe di De Chirico. Ma forse proprio qui c’è il negativo. I luoghi metafisici sono certamente luoghi spirituali, ma non sensibili. Essi tanto più sono potenti quanto più appaiono vuoti, deserti, non affollati. Il bambino, che oggi cerchiamo di mettere il più possibile a suo agio con colori e forme accoglienti, con misure più dedicate a uno sviluppo spontaneo delle sue inclinazioni, come si colloca in questa architettura?

La Colonia Montecatini dell’Architetto Eugenio Giacomo Faludi, costruita a Cervia, in Viale Matteotti, nel 1939, accanto alla Colonia Varese, collocata lì appena un paio di anni prima, è un perfetto esempio di questo tipo di architettura della Metafisica Mediterranea.
Il modello architettonico deriva dal tipo ottocentesco del sanatorio, vale a dire una composizione a padiglioni e portici di collegamento, ma qui il tutto viene potenziato e dilatato. Il tessuto connettivo alla base dell’edificio è un lungo percorso di distribuzione, configurato a portico monumentale, che perfora e lega assieme tutte le parti e ci porta fino al mare. Lungo il percorso vi sono gli episodi, i pieni dei padiglioni e i vuoti delle corti, che rendono il cammino un vero e proprio viaggio, un’esperienza carica di valori.

Dall’ingresso, dove è collocato l’alloggio del custode, occorre proseguire dritto per alcuni metri, prima di giungere all’atrio principale. Da qui sulla sinistra si trova la Direzione, posta in un luogo centrale che le permette di seguire agevolmente l’intera vita della colonia, e adiacente alla vasta sala ricreativa, una grande aula generalmente dedicata a palestra, ma che può funzionare anche come cinema, sulla quale si innesta la piccola cappella religiosa. La sala polifunzionale appare aperta e luminosa, in quanto affaccia su un cortile porticato di 45x18 metri, definito su un altro lato dal grande refettorio e dalla relativa cucina.

Attorno a questo cuore centrale si diramano i bracci delle camerate in direzione perpendicolare al mare, mentre il lungo portico che li collega e che corre esattamente parallelo alla battigia, in questo caso diventa macro, e nei quattro piani che lo sovrastano assume una funzione diversa: si tratta infatti del corpo dei dormitori, un imponente parallelepipedo dominato dalle linee orizzontali dei solai e delle finestre continue, lungo 122 metri: nei due piani inferiori alloggiavano i maschi, nei superiori le femmine. In tutto la colonia poteva ospitare 500 balilla, figli degli operai della Società Montecatini, “Società generale per l’industria mineraria ed agricola”. Ai piani superiori dei dormitori si accedeva tramite la Torre panoramica dell’Arengario, collocata proprio dietro al corpo dormitori, perfettamente in asse con l’ingresso. 

E’ lei il vero fulcro di tutta la composizione, il vero elemento centrale e monumentale, come le ciminiere di “L’enigma di una giornata”, e insieme un richiamo alla torre littoria.

Un tempo alta 50 metri, è una griglia perfetta, ordinatrice, che dà il ritmo alla composizione. Trasparente, mostra all’interno delle sue matrici il sistema di rampe che la percorrono, evocando la necessità dell’ascesa.  Alla funzione-zero di torre panoramica con alla sommità un serbatoio che riforniva d’acqua l’intera colonia, si associa la funzione-uno di luogo in cui far compiere agli allievi un esercizio di corsa in salita o in discesa lungo le rampe. A queste infine si somma la funzione +uno. I giovani, compiendo i loro esercizi, nella realtà sfilano ben visibili di fronte agli occhi degli spettatori, mostrando i loro corpi irrobustiti, e diventando un esempio per gli altri. Nello stesso tempo, essi stessi, nel percorrere le lunghe rampe fino in cima, possono ammirare lo spettacolo del mare, così vicino da sembrare di potercisi tuffare dentro, legarsi a questa immagine, e sviluppare così quel senso di appartenenza tanto importante in tempi di guerra.

La Torre che vediamo ora, molto più bassa, non più svettante oltre il corpo dormitori, ma pari ad esso, è stata ricostruita nel 1952, a seguito dell’abbattimento di quella originaria, avvenuto nel 1944 durante i bombardamenti nazisti.
L’ultimo simbolo presente in questo microcosmo, è il grande arco, presente all’ingresso, che emula quello costruito da Adalberto Libera per l’Esposizione universale di Roma del 1942, e che incornicia proprio la Torre dell’Arengario.

Ora la Colonia, lasciata in disuso, si sta lentamente disfacendo , corrosa da quegli stessi elementi del sole, della salsedine e del vento per i quali era celebrazione. Nel momento in cui le sue funzioni base sono diventate obsolete, e non esistono più, rimane ed emerge solo lo specchio di quei valori che ora rifiutiamo e che preferiamo perciò sperare che la sabbia seppellisca. Ciò che non si vede non esiste, e forse possiamo illuderci che sia esistito ormai in un passato molto remoto. Ma la verità etica, l’assunzione di responsabilità e il riconoscimento della qualità architettonica e spaziale dell’edificio, dovrebbero spingerci a un rapporto diverso, e finalmente a scegliere che tipo di (maturo) atteggiamento e di rapporto intrattenere con queste numerose presenze.

 

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