George Perec e l'OuLiPo
Le regole del gioco in letteratura

Perec e il laboratorio parigino dell’OuLiPo mostrano come rigidi schemi possano essere fonte di molteplici potenzialità narrative.

BLOG 14/10/16



Bizzarro, erudito, eclettico, George Perec è stato scrittore, sociologo e appassionato di giochi e di enigmistica. È conosciuto soprattutto per Vita, istruzioni per l’uso (Vie: mode d’emploi), uscito nel 1978.
La vita intellettuale di Perec è legata al gruppo parigino dell’OuLiPo (Ouvroir di Littérature Potentielle), una sorta di società segreta, fondata nel 1960 dal matematico Le Lionnais e da Queneau, che aspirava a produrre una fusione tra matematica, letteratura e gioco. Queneau scrive ad esempio Cent mille milliards de poèmes, una sorta di macchina fabbrica-poesie da cui, a partire da dieci sonetti con i versi intercambiabili, è possibile ricavare 10¹⁴ (centomila miliardi) componimenti. Nel 1973 entrerà a farne parte come membro esterno anche Italo Calvino che utilizzerà questa strategia ludica e combinatoria soprattutto ne Il castello dei destini incrociati.

La letteratura “potenziale” dell’OuLiPo non è un meccanismo astratto e vuoto: regole o vincoli aiutano l’autore a liberare in modo cosciente la propria creatività.

L’aspetto che colpisce in Vita, istruzione per l’uso di Perec è l’armonia che si crea tra la struttura matematica e la ricchezza di materiali. Il soggetto del romanzo è uno stabile parigino di dieci stanze per dieci piani, osservato come se, dice Perec, “sia stata tolta la facciata e tutte le stanze […] siano immediatamente e simultaneamente visibili”. Il racconto procede descrivendo questo “biquadrato” secondo lo schema a “L” del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi. 
Nei 99 capitoli del romanzo (una casella è lasciata vuota), Perec arriva a intrecciare storie che coinvolgono circa un migliaio di personaggi, in un’immensa proliferazione di descrizioni e aneddoti. Nel caos brulicante di storie e oggetti c’è una specie di filo rosso: il puzzle, che funziona come modello analogico dell’intero romanzo.

“Si può guardare il pezzo di un puzzle per tre giorni di seguito credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo avanti: conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi […] isolato, il pezzo di un puzzle non significa niente”.

Tre sono i personaggi chiave di cui mano a mano ricostruiamo le esistenze: il miliardario Bartlebooth, l’artigiano Winckler e il pittore Valène. Come un eroe romanzesco, Bartlebooth si dedica a un progetto complicatissimo e folle, coinvolgendo gli altri due. Si tratta di trasformare centinaia di acquerelli in puzzle, ricomporli, riportarli allo stato di acquerello attraverso un procedimento chimico e infine distruggerli in un atto di nichilismo estremo. È un’impresa che assorbe tutte le energie del protagonista e lo occupa per circa cinquant’anni. 
Questo è l’esempio più eclatante del tipo di racconti che troveremo nel romanzo di Perec: personaggi eccentrici e un po’ squilibrati, affetti da monomanie, collezionismo patologico o enciclopedismo ossessivo. Passeremo dall’acrobata che non scese mai dal trapezio al farmacista abilmente truffato, dalla bambina progettista di torri all’antropologo incompreso, dal pittore snob alla venditrice di antiquariato. 

L’autore parte da un immobile parigino apparentemente ordinario per narrare storie di grandi passioni e progetti, in una tensione continua tra banale e romanzesco. 

La complessità delle esistenze umane sembra voler esaurirsi in questa piccola porzione di realtà osservata al microscopio: in un edificio, in una stanza, in un retrobottega stracolmo, in una vecchia foto, in un puzzle incompiuto.