Amelia Rosselli
Tra lapsus e trilinguismo

L’errore può essere un’arma formidabile di esplorazione linguistica. Ce lo insegna una grande poetessa del Novecento con la sua “storpiatura” dell’italiano

BLOG 19/05/16



Pasolini è stato il primo, in una nota a ventiquattro poesie sul “Menabò” uscite nel 1963, a porre in primo piano l’eccezionalità plurilingue di Amelia Rosselli. Amelia nasce nel 1930 a Parigi da madre inglese e dal militante antifascista Carlo Rosselli, ucciso con il fratello nel 1937 su ordine di Mussolini. Si stabilisce in Italia, dopo un periodo in Inghilterra e in America, solo dal 1948. Può vantare quindi il dominio di ben tre lingue madri: il francese degli anni parigini, l’inglese materno e della scuola e l’italiano paterno e recuperato a diciotto anni. Il suo trilinguismo irrompe in un testo in cui le norme di una lingua combattono con quelle delle altre due, fino a creare una quarta lingua anomala e sovversiva.
La manipolazione del linguaggio, così contratto e reinventato, viene interpretato da Pasolini sulla base del lapsus freudiano, inteso però solo come errore linguistico, non come manifestazione dell’inconscio. I testi di Variazioni belliche sono talmente contaminati da sgrammaticature, sregolatezze e fusioni di parole da portare Pasolini a definire questa lingua visionaria e nonsense come “impossibile”. 

Quella della Rosselli è una parola totalmente sganciata dagli automatismi. È un “magma” che si presenta davvero come fenomeno nuovo e autentico in grado di contrastare la “lingua dell’industria” dei mezzi di comunicazione. 

Gli esperimenti linguistici da laboratorio, giocati sui fenomeni fonologici, appartengono in fondo a molti poeti di quella generazione. Sanguineti disgrega il linguaggio per discendere nella “Palus Putredinis” e il materiale linguistico deflagra anche in Zanzotto, sempre sospinto dalla ricerca di una verità “più in là”, inafferrabile dal codice comune e massmediatico. Proprio Zanzotto scrive, a proposito di Amelia Rosselli, di essere attratto dai “grumi materici” del suo linguaggio che si screpola “in distorsioni, lapsus, diverticoli da gravitazione fonica e perfino in errori di grammatica e ortografia perfettamente funzionali”. 

Ma il sabotaggio delle regole, lo sperimentalismo della Rosselli è tanto più radicale se pensiamo che nessun poeta della neoavanguardia osa intaccare la correttezza della lingua. 

Contiamo infiniti morti! La danza è quasi finita! La morte,
lo scoppio, la rondinella che giace ferita al suolo, la malattia
e il disagio, la povertà e il demonio sono le mie cassette
dinamitarde. Tarda arrivavo alla pietà – tarda giacevo fra
dei conti in tasca disturbati dalla pace che non si offriva.
Vicino alla morte il suolo rendeva ai collezionisti il prezzo
della gloria. Tardi giaceva al suolo che rendeva il suo sangue
imbevuto di lacrime la pace. Cristo seduto al suolo su delle
gambe inclinate giaceva anche nel sangue quando Maria lo
travagliò.

Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione
fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti
e dello stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro.
Scappata dall’Inghilterra paese di sofisticati. Speranzosa
nell’ovest ove niente per ora cresce.

Il caffè-bambù era la notte.

La congenitale tendenza al bene si risvegliava.

(da Variazioni Belliche)

Amelia Rosselli è anche musicista e lo notiamo dalla grande competenza sonora, logica e associativa con cui compie i giochi distortivi sulle parole, che siano italiane, francesi o inglesi. Non si tratta quindi di veri lapsus involontari e inconsci, ma di pensati e ben calibrati atti linguistici e poetici. Spesso affiorano termini stranieri, calchi sintattici e lessicali, che portano con sé significati altri e voluti (“travagliato” al posto di “partorito”). La Rosselli reinventa anche gli spazi metrici, costruendo un sistema originale di strofe chiuse e di versi misurati a partire dalla lunghezza del primo.

Nella figura di questa singolare poetessa convergono le patologie dello “straniero”: trilingue, segnata dalla malattia mentale e dai numerosi ricoveri in clinica psichiatrica, poeta-donna in una società maschilista.

Le ferite psichiche e i riferimenti alla propria esperienza esistenziale (la guerra, i bombardamenti, il senso di inappartenenza, la miseria) si amplificano nel corso delle Variazioni e affiorano nello scontro tra lessici violentemente conflittuali, senza mai rinunciare alla sapiente gestione metrica e musicale.